Paolo Damilano e la sfida italiana: «Il turismo ci rende unici».
«La politica siamo noi, la nostra vita e il futuro: non ci si può rassegnare al declino». In mezzo ad analisi e progetti spunta questa frase di Paolo Damilano a spiegare il perché di un impegno, che nel prossimo weekend vedrà il suo nome tra quelli della lista di Forza Italia alle Europee.
Il declino è anche nelle polemiche di parte del governo che attacca il Presidente Mattarella e, ancora, l’Europa?
« Le prossime europee sono le più importanti per tutti. E non riusciamo a spiegarlo, anche perché in Italia le sfruttiamo come fossero quelle di midterm : ci si conta, ma così la rappresentazione che si dà nulla ha a che fare con le tematiche dell’Europa. Io preferisco non commentare, mi piace pensare che ci si possa misurare su altro. E magari un giorno così facendo recupereremo votanti» .
Sempre in calo, purtroppo.
«Come può essere altrimenti? E questo va a scapito di chi la politica la fa seriamente. E noi pensiamo di far parte di quella categoria. Pensiamo alle mie attività, al tempo che dovrei dedicare, ai rischi che comporta fare politica attirandosi anche critiche o coinvolgimento in problemi che magari sporcano l’immagine generale… Ma la politica siamo noi». Eccola la frase.
Qual è l’ispirazione per questa corsa all’Europa?
«La voglia di proseguire un progetto: Torino Bellissima ci ha visti raggiungere risultati molto buoni e ora ci dà possibilità di partecipare a elezioni più importanti. Il mio ruolo? Sono un imprenditore che vuol tessere relazioni per capire quali opportunità ci sono. Come avrei fatto in Comune se fossi diventato sindaco».
Dove e come l’aiuta essere imprenditore?
«A cercare di dare più realismo alla politica. E ora l’Europa è importante, perché lì si è data una visione forse più ideologica che realistica delle cose… Lo si vede con le decisioni per la mobilità, le auto, l’agricoltura…Per la transizione del pianeta non si possono prendere decisioni che poi vadano a discapito dell’economia. Trasformiamola, certo, ma senza perdere posti di lavoro e aziende».
Il problema?
«Pensare che tutto si possa risolvere in poco tempo. Quelli della politica sono diversi, e non è sempre sbagliato».
Vuole arrivare a Bruxelles per cercare occasioni. Ha già qualcosa in agenda?
«I sindaci, gli amministratori mi dicono: “ci sono occasioni che non conosciamo”. Vorrei trovarle per loro. E mi piacerebbe portare l’Italia tra gli stati cardine nel futuro europeo. Esserci quando si parlerà di indipendenza alimentare, economica, ora anche quella legata alla difesa. E quando si parlerà di competitività, come ha detto Draghi. L’Italia può guidare il rilancio del continente. Abbiamo ancora industria ma sopratutto un’arma straordinaria come il turismo: ci sta per arrivare addosso un mercato enorme – è un calcolo matematico se pensiamo a Cina e India –, per il quale però bisogna prepararsi con infrastrutture e servizi per esaltare un paese che non è solo Roma, Venezia e Firenze».
Il Piemonte?
«Ci sono città come Asti e Alessandria che devono recuperare i valori degli Anni Settanta, ed esempi virtuosi come la provincia Cuneo e la Langa, dove le sinergie tra politica e imprenditori hanno reso quella zona una delle più vive e attrattive d’Italia».
Torino?
«Dovrà darsi identità diversa dal mondo dell’auto. Il turismo è la strada giusta, ma dobbiamo prepararci a intercettare i turisti tra miliardi di persone in movimento».
Gli indicatori raccontano la crescita dell’occupazione. Ma il lavoro resta povero.
«Sui salari bisogna agire perché crescano in rapporto al costo della vita. Noi imprenditori dobbiamo prenderci le nostre responsabilità, anche se il macigno del debito e delle pensioni fa sì che per dare un euro al lavoratore ne devi pagare quasi tre. Il governo ha fatto qualcosa a dicembre, ma serve continuità per detassare gli extra ai lavoratori. I conti debbono tornare, per salvare le future generazioni, ma cerchiamo di modulare tutto questo».
L’Europa del lavoro però si fa concorrenza con costi e diritti ancora troppo diversi.
«Finché si compete gli uni contro gli altri non si va da nessuna parte. Serve “La” regola. Non solo sul lavoro ma anche per gli incentivi alle nuove aziende: non possiamo portarci via l’uno l’altro le opportunità. Serve uniformità sul costo del lavoro. E qualcuno deve mettere i soldi»
La Germania dopo il crollo del Muro ha spianato le sue differenze.
«L’Ovest disse “quanto costa? eccoci”. L’Europa in qualche modo lo sta già dicendo, altrimenti con il debito che abbiamo saremmo falliti. Ma bisogna convincere gli altri 26 stati che non siamo degli spreconi».
Torniamo a Torino, dove il sindaco come si muove trova schierati comitati. Per gli alberi di corso Belgio, contro l’ospedale alla Pellerina e poi a difesa del verde. Quanto disincentiva?
«Totalmen te. Oggi un sindaco lavora prima per essere rieletto poi per non finire in galera per abuso d’ufficio… E così buona parte dei soldi del Pnrr non vengono toccati: i sindaci evitano di essere esposti, meglio star fermi. E il sistema collassa. Poi se c’è un sindaco deciso e determinato fa le cose».
L’asse Cirio- Lo Russo dimostra che le differenze di idee e colore si possono superare.
«Credo che a questo livello l’alleanza sia opportuna perché i cittadini e gli elettori si aspettano il bene per il territorio».
Oggi insegue l’Europa, ma in Comune dicono di averla vista poco.
«Come gruppo consiliare, siamo quelli che han presentato il maggior numero di atti. E le mie presenze mi pare siano poco inferiori a quelle del sindaco. Io non faccio la differenza con la presenza bensì creando un’organizzazione di lavoro. E l’esperienza consiliare vorrei ripeterla come europarlamentare, vorrei creare una sorta di agenzia, un gruppo di lavoro a Bruxelles e uno in Piemonte per portare le esigenze del territorio e tornare con le opportunità che l’Europa mette a disposizione».
Corriere Torino, 4 giugno 2024, intervista di Manlio Gasparotto