Assalto alla redazione de La Stampa, l’editoriale di Luigi Brossa (ex Direttore Generale ATC)

A proposito dei due articoli comparsi sulla Stampa: Francesco Saluzzo vs. Stefano Lo Russo

Due articoli pubblicati da La Stampa nei giorni scorsi restituiscono un quadro estremamente teso del rapporto tra istituzioni, ordine pubblico e il centro sociale Askatasuna, dopo l’assalto alla redazione del giornale. Da un lato, l’ex procuratore generale Francesco Saluzzo adotta una lettura durissima, definendo la violenza “nel Dna” del centro sociale e sostenendo che Askatasuna abbia i tratti di un’associazione a delinquere. Il suo intervento richiama un tema ricorrente nella storia italiana: quando la conflittualità politica oltrepassa il confine della protesta per trasformarsi in intimidazione, la democrazia si indebolisce e si innesca un circuito di escalation difficile da controllare. Saluzzo, forte della sua esperienza nella lotta alle organizzazioni criminali e alla violenza politica, sottolinea che l’invasione della redazione non è solo un gesto vandalico, ma un attacco diretto alla libertà di stampa, quindi a un pilastro della convivenza democratica.

Sul versante opposto, il sindaco di Torino Stefano Lo Russo offre una prospettiva istituzionale più prudente. Troppo prudente. Pur condannando senza esitazione l’aggressione, mette in guardia contro l’eccesso di retorica da parte del ministro Piantedosi, che – a suo avviso – alimenta una tensione già alta anziché circoscrivere il problema. Non minimizza la gravità del gesto, ma invita a evitare letture che appiattiscono la complessità e rischiano di spostare il discorso su un terreno utile più allo scontro politico che alla soluzione. Lo Russo richiama la necessità di distinguere tra chi contesta e chi pratica la violenza, e di rispondere ai reati con gli strumenti della giustizia, non con la propaganda.

La contrapposizione implicita tra le due voci – la fermezza giudiziaria da un lato, la responsabilità politico-amministrativa dall’altro – mostra come Torino si trovi ancora oggi, con difficoltà, davanti al nodo della gestione del dissenso radicale. È evidente che l’assalto a un giornale non può essere derubricato a goliardia militante: è un atto intimidatorio che colpisce tutti, non solo una redazione. E anche se la risposta non può essere solo emergenziale o strumentale, tuttavia a Torino ormai si ripetono da troppi anni, da parte sempre degli stessi soggetti, azioni che fanno della violenza uno strumento di lotta politica, e appare sempre più chiaro che questo avviene con un disegno che investe i movimenti, la piazza, la cultura, ma anche i partiti, certi partiti, certi soggetti nei partiti e persino le istituzioni.

Ciò che serve, in definitiva, è un processo che cancelli ogni forma di legittimazione politica per chi usa violenza, per chi la pratica, per chi la pensa e anche per chi la avalla. E non parlo solo delle caricature politiche come l’Albanese o la Salis, che tuttavia sono assurte a posizioni di massima rappresentanza, ma anche di politici e cattedratici di prima grandezza. Solo così si può evitare che episodi come questo diventino il combustibile di una frattura sociale già profonda, e si può riportare il confronto entro quei limiti che fanno di una democrazia un luogo di conflitto civile, non di intimidazione.

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